I Druidi e i Boschi Magici

by Seyan / sabato, 06 maggio 2017 / Published in La Terra Cava

I DRUIDI E I BOSCHI MAGICI

Il Nemeton era il luogo sacro della Religione dei Celti. I Nemeta erano posti in aree naturali, nei siti ove più forte era la corrente energetica sotterranea, una forza primeva, benefica e rigeneratrice. I sacerdoti, i Druidi, ponevano i loro santuari all’interno dei querceti, nelle radure delle foreste e anche in isole o sopra colline o enormi tumuli.


Rintracciamo precisamente la parola ‘nemus’ nella sua formulazione celtica in uno dei mitici invasori dell’Irlanda, un certo Nemed, cioè ‘consacrato’ in lingua gaelica: termine che proviene dalla medesima radice indoeuropea che ha dato il latino ‘nemus’. Il santario celtico per eccellenza sembra sia stato il ‘nemeton’, cioè la radura sacra nel cuore di una foresta.” i


Il Nemeton sorgeva sempre in luoghi aperti.
Folle, doveva sembrare ai Celti, ridurre i potenti Dèi della Natura in templi chiusi e cupi, dal pesante lezzo di incenso scadente e di putrefazione. Il loro respiro, il respiro del cosmo, era il possente turbinio del vento tra le fronde, in quel luogo di magico contatto tra l’elemento aria e l’elemento terra. I Celti credevano che esistessero luoghi in cui era possibile il passaggio dimensionale tra l’energia divina e gli umani; i Nemeta sorgevano, appunto, in quei luoghi geomantici.
Una sapienza antica nota anche tra i cinesi, se Chatley definiva il Feng Shui come “l’arte di adattare le dimore dei vivi e dei morti così da contribuire ad armonizzarle con le correnti locali del respiro cosmico.” ii


Gli storici latini Plinio e Lucano ci confermano che i Druidi non si incontravano in costruzioni o luoghi chiusi, ma nei Sacri Boschi di Quercia. Infatti, l’etimologia della parola “druido” deriverebbe dal gaelico “duir”, o dal greco “drus”, cioè “quercia”.
Jean Markale si oppone a questa origine etimologica. Per lui, “la parola ‘druido’ non ha nulla a che vedere con il nome greco della quercia, come sosteneva Plinio il Vecchio. Proviene invece da un antico ‘dru-wides’ che comprende un primo termine superlativo e un secondo apparentato al latino ‘videre’ e al greco ‘idein’ (vedere). Letteralmente i duidi sono allora i ‘veggenti’ o i ‘più sapienti’, il che la dice lunga sulla loro funzione. Secondo Dioduro Siculo, infatti, i Galli avevano anche ‘dei filosofi – così si possono chiamare – e degli esperti di questioni religiose, assai onorati, cui danno il nome di druidi’.” iii


Vi è però, un certo compiacimento nel descrivere i Celti adoratori di divinità crudeli e dediti anche al sacrificio umano.


Ecco cosa scriveva Lucano nel suo “Pharsalia”, Libro I, riguardo il Drunemetoniv della Valle dell’Aude :


“Si trovava da quelle parti un bosco sacro, in cui nessuno aveva messo piede da lunghissimo tempo, e che cingeva con i suoi rami intrecciati l’aria oscura ed ombre gelide, dal momento che la luce del sole risultava incredibilmente lontana. Lì non avevano sede i Pani abitatori dei campi o i Silvani sovrani delle selve o le Ninfe, bensì i barbari riti sacri alle divinità: lì erano innalzati altari sinistri ed ogni albero era purificato con sangue umano. Se dobbiamo dare un qualche credito all’antichità, che si è sempre inchinata con meraviglia di fronte al divino, perfino gli uccelli avevano timore di fermarsi su quei rami e le belve di riposarsi in quelle tane; né il vento o i fulmini, sprigionatisi dalle fosche nubi, si abbattevano su quella selva: un brivido pervadeva ogni albero senza che soffiasse alcuna brezza tra le foglie. Inoltre una gran quantità di acqua cadeva da tetre fonti e sinistre statue di déi erano ricavate, con un procedimento rozzo e approssimativo, dai tronchi intagliati. 


La stessa muffa e il pallore del legno putrescente provocavano terrore negli uomini sbigottiti, che non hanno paura delle divinità rappresentate in raffigurazioni fissate dalla consuetudine: tanto lo spavento è ingigantito dal fatto di non conoscere gli dèi, di cui si deve aver timore. Ed ormai correva voce che sovente profonde caverne mugghiavano a causa di movimenti tellurici, che i tassi piombavano a terra e subito dopo si drizzavano nuovamente, che incendi sembravano appiccarsi ai boschi, i quali però non bruciavano, e che mostruosi serpenti si avvinghiavano ai tronchi e strisciavano tutto intorno. Gli uomini non affollavano quel luogo per partecipare direttamente alle cerimonie del culto, ma lo abbandonavano agli dèi: allorché il sole è a metà del suo cammino o la cupa notte invade il cielo, lo stesso sacerdote paventa l’ingresso nel bosco e teme di incontrarne il signore.”

Su Lucano pesava certamente il ricordo del massacro della foresta di Teutoburgo, nel 9 d.C., ove tre legioni al comando di Publio Quintilio Varo vennero annientate dai Germani di Arminio. Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico, giunto 6 anni dopo la disfatta sul luogo della battaglia, vide che “nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse… sparsi intorno… sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni.” i


La pratica dell’ostentazione di crani umani nei sacrari celtici non doveva essere infrequente, come dimostrano, tra gli altri, i ritrovamenti avvenuti sulla collina di Mormont, in Svizzera. Nel solco di questa tradizione storica, opere successive danno una visione malefica dei luoghi sacri dei Celti e delle correnti energetiche che li caratterizzano, in particolar modo nella regione del già citato Drunemeton d’Occitania.

Nella regione si insediano, per primi, i ‘Portatori di Campi di Urne’, una popolazione getotracica, originaria della Transilvania e dei Balcani, erede di una antichissima religione in cui – insieme a Vampiri e Beregyni – veniva onorata ‘Diana Sanguinaria’. Questi Slavi recano nei Pirenei strani costumi, come l’usanza di bruciare i defunti o forare loro il cranio, per impedire che si trasformino in vampiri. E chissá che con loro, non giunga qualcosa d’altro… Subito dopo i Portatori dei Campi di Urne, arrivano i Celti che collocano nella valle dell’Aude il secondo drunemeton centrale della Gallia. I toponimi e le tradizioni pervenutici, indicano chiaramente che la vallata tra le due Rennes, era dedicata al culto della Dea Madre, Karidven, e di suo figlio, Lug-Cernunnos. La netta e risoluta opposizione dei Romani, la cui cultura, ricordiamolo, é espressione di uno dei cinque principali filoni della Tradizione, e l’accanimento con il quale presiedettero, prima alla distruzione del Nemeton e quindi, alla sua sorveglianza, la dice lunga sul carattere delle influenze emanate dal luogo che, nessuno puó illudersi su questo, non hanno nulla di spirituale, ma si rivelano, anzi, del piú basso dominio infero. La filiazione della cultura magica e religiosa dei Celti da Atlantide, epicentro della deviazione controiniziatica e l’esplicito richiamo a questa da parte di gruppi occultistici e satanisti, é fin troppo evocativa perché ci si soffermi oltre su questo aspetto.” ii

Giulio Cesare temeva la forza che emanava dal cromlechiii del Drunemeton della Valle d’Aude e soprattutto temeva il terrore che tale forza suscitava nei suoi superstiziosi legionari. E, pertanto, “Cesare ordinò che questa selva venisse abbattuta a colpi d’ascia; (…) i soldati erano convinti che, se avessero percosso i sacri tronchi, le scuri sarebbero tornate indietro colpendoli. Cesare – non appena vide che le coorti erano avviluppate come da una sorta di profondo torpore – per primo ebbe l’ardire di dar di piglio ad una bipenne e di calarla con forza su un’alta quercia; così poi parlò tenendo il ferro ancora affondato nel tronco che aveva contaminato: ‘Ormai, perché nessuno di voi abbia la più piccola esitazione ad abbattere il bosco, credete pure che sia io a compiere la profanazione’. (…) Piombarono a terra gli orni, furono abbattuti gli elci pieni di nodi, e le querce di Dodòna, gli ontani. (…) Le popolazioni galliche, a tale spettacolo, emisero gemiti…” iv


Tale brutalità potrebbe lasciare perplessi, considerando che il Dio “Odino-Wotan risale infatti all’antico ‘oWōthanaz’ attestato da Tacito, e i germanisti vi scorgono la radice ‘oWut’ che significa ‘furore sacro’, dunque ‘conoscenza completa’. Il che corrisponde bene al carattere attribuito a Odino nelle saghe nordiche, diventato volontariamente orbo per essere ‘signore delle rune’, cioè veggente. Non è inutile allora precisare che le rune erano iscrizioni magiche incise nel legno allo stesso modo degli incantesimi fatti sui rami, specificatamente di nocciolo e tasso dagli irlandesi. La radice ‘owut’ presenta inoltre una strana parentela con il nome germanico del legno, riconoscibile nell’inglese ‘wood’. Del resto, uno dei poemi dell’Edda scandinava ci descrive Odino appeso ad un albero, che si libera con la forza delle rune magiche. Odino-Wotan è il dio del sapere, il dio-mago per eccellenza, che fa pensare anche a Gwyddyon, figlio di Dōn (la dea madre), eroe della quarta branca del ‘Mabinogi’ gallico. Il nome di Gwyddyon si riferisce infatti sia a una radice ‘ogwid’ che significa ‘scienza’ sia all’albero: Gwyddyon è infatti l’eroe di uno strano poema gallico, il ‘Cad Goddeau’ o ‘combattimento degli arbusti’, dove si vedono i guerrieri bretoni trasformarsi in alberi grazie alla sua magia, o meglio alla sua scienza magica. Odino-Wotan e Gwyddyon sono legati al contempo all’idea di conoscenza e da quella del bosco, in quanto druidi, non è inverosimile che il nome ‘druido’ avesse la medesima ambivalenza. Le relazioni tra la conoscenza, soprattutto religiosa e magica, e l’elemento vegetale, non hanno del resto nulla di sorprendente. Il mito originario dell’Albero della Conoscenza impregna le tradizioni di tutti i popoli. E se i druidi sono i ‘molto sapienti’, sono anche gli ‘uomini dell’albero’, coloro che officiano e insegnano nelle radure sacre nel cuore delle foreste.” v Il melo, aval in bretone, occupa un posto di grande rilievo nella mitologia celtica. L’Altro Mondo celtico è spesso disegnato come un’Isola sulla quale crescono i meli, i cui frutti hanno un sapore dolce che ricorda quello del miele. La mela viene quindi ad avere uno stretto legame con l’Aldilà, quasi un frutto dell’immortalità, della scienza e della saggezza, un mezzo per entrare in contatto con l’Altro Mondo, spesso dato agli uomini da esseri provenienti proprio da là.” vi


La distruzione delle foreste sacre era, però, solo il prodromo della follia iconoclasta con cui la Chiesa di Saulo da Tarso avrebbe, successivamente, abbattuto tutte le Religioni Naturali. Infatti,“i pagani sostenevano pressoché disperatamente la difensiva, cercando salvare quanto più potevano dei loro diritti, dei loro templi, delle istituzioni loro. Ma il mondo si allontanava ormai da essi. Ogni imperatore e ogni condottiero di barbari, che voleva avere largo seguito e popolarità e fama di liberale si schierava contro di essi. Il codice teodosiano ci dà qualche sprazzo di luce , che fa risaltare di foschi colori questa lotta memoranda. Un editto, probabilmente dell’anno 346, stabiliva che chiunque adorasse templi pagani, chiunque compisse sacrifici, fosse dannato a morte: ‘gladio ultore sternatur’ (Cod. Theod., XVI, tit. 10,4).” vii


La religione (religare=vincolare, tenere prigioniero) da Costantino in poi si preoccupò precipuamente di abbattere i culti legati alla natura per imporre una visione artefatta, autoritaria, gerarchizzata e del tutto innaturale del mondo terreno e dell’Universo. A differenza dei Gutuaterviii e dei Druidi che diffondevano oralmente raffinate conoscenza astronomiche e filosofiche, l’ortodossia bizzarra imposta da Costantino nel Primo Concilio di Niceaix, le liturgie pompose, i dogmi assurdi, le proibizioni irrazionali e l’infinita teoria di feroci condanne comminate dai tribunali ecclesiastici sembravano utili solo a piegare la forza dell’anima degli adepti.


“I ladri che rubano la forza dell’anima sono più malvagi dei ladri del mondo. Essi ti attirano come fuochi fatui nelle paludi di una speranza ingannevole per lasciarti solo nelle tenebre, e sparire per sempre. Non lasciarti accecare da alcun miracolo che sembrano fare per te, da alcun nome sacro che essi diano, da alcuna profezia che essi si facciano, neanche se essa si avvera, essi sono i tuoi nemici mortali, cacciati dall’inferno del tuo proprio corpo , e con essi tu lotti per il dominio. Sappi che le forze meravigliose che essi possiedono sono le tue proprie forze, deviate da essi per tenerti nella schiavitù. Essi non possono vivere fuori della tua vita, ma se tu li vinci essi crolleranno, strumenti muti e docili che tu potrai adoperare secondo i tuoi bisogni.Innumerevoli sono le vittime che essi hanno fatto tra gli uomini. Leggi la storia dei visionari e dei settari e imparerai che il sentiero che tu segui è cosparso di crani.” x


Quanto grande è il solco tra le conoscenze e la saggezza dei Druidi e l’ignoranza della classe sacerdotale della Chiesa di Saulo, che per millenni ha difeso la concezione che il Sole girasse attorno alla Terra…


“I druidi sono al centro della società celtica la quale, senza di essi, non si spiega e rimane incomprensibile. Essi erano realmente i detentori dei ‘segreti celtici’. Erano la cerniera intorno alla quale si articolava la vita, la morte e i miracoli di questi popoli ancor oggi mal conosciuti.xi

E, ancora,
“Ogni volta che gli Autori dell’Antichità classica hanno parlato dei druidi, lo hanno fatto con una certa ammirazione, In nessun caso gli storici greci o latini li hanno confusi con degli stregoni di bassa estrazione. L’eduo Diviziaco, già menzionato da Cesare, viene citato anche da Cicerone il quale si vanta di averlo conosciuto e aver discusso con lui: ‘Sosteneva di conoscere la leggi della natura, ciò che i greci chiamano fisiologia, e prediceva l’avvenire, sia con vaticini, sia con argomentazioni congetturali’ (De Divinatione, I,40). Gli autori più tardi si spingono anche più lontano: Ammiano Marcellino (XV,9) mette i druidi in rapporto con i discepoli di Pitagora, Ippolito di Roma (Philosophumena, I, 25) afferma che essi hanno studiato assiduamente la dottrina di Pitagora, Mentre Clemente Alessandrino (Stromata, I, XV, 71) riferisce una tradizione secondo la quale Pitagora era allievo ad un tempo dei bramini e dei Galati, in altre parole dei druidi galati.” xii

La reazione al negazionismo culturale della Chiesa di Saulo arrivò dopo quasi un milennio e mezzo, con l’Illuminismo prima e il Positivismo dopo. Purtroppo, quelli che apparivano movimenti determinanti per la liberazione della coscienza collettiva, furono ben presto trasformati in nuove prigioni. La scienza è diventata mero scientismo.


“Inconsciamente l’umanità ha elevato contro di essi [i ladri della forza dell’anima] un muro: il materialismo. Questo muro è una difesa infallibile, è un’immagine del corpo ma è anche un muro di prigione che impedisce la vista.” xiii

Morpheus, in quel  film rivelatore che è “Matrix”xiv, dice a Neo:Sei uno schiavo, Neo. Come tutti gli altri sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha odore. Una prigione per la tua mente.” Niente esiste, se non viene conclamato nell’empirismo della scienza ufficiale. La scienza afferma che l’uomo discende dalle scimmie e l’uomo diventa un’evoluzione delle scimmie, anche se, al fine di avvalorare tale tesi, viene accreditato per decenni il più famoso falso della storia, l’Eoanthropus dawsoni,l’Uomo di Piltdown.


Per non parlare delle infinita serie di fallimenti etici e tecnici della scienza, dall’utilizzo dell’energia atomica per scopi militari (Hiroshima e Nagasaki docent) ai gravissimi incidenti nucleari delle centrali di Three Mile Island e Chernobyl, dai continui blocchi di funzionamento del “Large Hadron Collider” del CERN di Ginevra (del costo complessivo finale pari a 6 miliardi di Euro e che – forse – fornirà qualche risposta solo a partire dal 2013) ai ciclici allarmi di “pericolose” pandemie il cui unico effetto è quello di decuplicare i dividendi distribuiti agli azionisti delle grosse industrie farmaceutiche.


Citiamo, infine, in questo parzialissimo excursus, la fallacia della “scienza economica” nel prevedere la spaventosa crisi mondiale dei “subprime” e l’incapacità di proporre misure valide che non siano quelle draconiane, da “macelleria sociale”, richieste al Governo Greco nell’effimero tentativo di scongiurarne l’insolvenza. La scienza ufficiale, pur messa alla corde dalla sua assoluta incapacità nell’assicurare la felicità degli individui, ha oggi la stessa intangibilità e superiorità epistemologica di cui godeva in passato la religione ufficiale.


In altre parole, si è realizzato l’incubo paventato dal chimico americano Anthony Standen nel suo libro “La Scienza è una vacca sacra” del 1951, dove stigmatizzava l‘ammirazione illusoria e feticistica per la scienza, moderna Panacea. E ciò malgrado che Kuhnxv abbia dimostrato come la scienza proceda attraverso rivoluzioni scientifiche, che egli chiama “slittamenti di paradigma” e non attraverso l’infinita linearità della sperimentazione empirica.


Secondo il cabalista Karl Popper, invece, la verità è una, oggettiva e assolutaxvi, ma come già molti filosofi avevano intuito in passato, i risultati del metodo scientifico vengono influenzati dalle teorie preconcette dell’osservatore. L’atto dell’osservazione modifica i risultati dell’osservazione stessa, facendo decadere la presunta imparzialità e neutralità della scienza fondata sull’empirismo.


In breve, la scienza è fondata sulla fede, esattamente come la religione.


Un giorno del 1622 i parigini scoprirono sui loro muri alcuni manifesti così concepiti: ‘Noi, deputati del collegio principale dei Fratelli della Rosa-Croce, facciamo soggiorno visibile e invisibile in questa città, per grazia dell’Altissimo verso cui si volge il cuore dei Giusti, allo scopo di trarre gli uomini, nostri simili, da errore mortale’. (…) Per i Rosa-Croce non c’è altro studio che quello della natura, ma questo studio non è realmente illuminante se non per menti di un calibro diverso dalla mente comune.(…) Se profonde conoscenze sulla materia e sull’energia, sulle leggi che reggono l’universo, sono state elaborate da civiltà oggi scomparse, e se frammenti di quelle conoscenze sono stati conservati nel corso del tempo, hanno potuto esserlo solo per opera di intelletti superiori e in un linguaggio necessariamente incomprensibile per l’uomo comune.” xvii

E l’alchimista rosacrociano, come il druido dei boschi sacri non aveva altra magia che la piena conoscenza del “Liber Mundi”, il Libro della Natura, ma, a differenza degli empiristi ciechi di oggi, il druido come “l’alchimista al termine del suo ‘lavoro’ sulla materia vede, secondo la leggenda, operare in lui stesso una specie di trasmutazione. Ciò che avviene nel suo crogiolo avviene anche nella sua coscienza o nella sua anima. Vi è mutamento di stato. Tutti i testi tradizionali insistono su questo, parlano del momento in cui la ‘Grande Opera’ si compie e in cui l’alchimista diventa un ‘uomo svegliato’.” xviii Noi sappiamo che verrà un tempo in cui molti si sveglieranno e saranno separati dagli addormentati che non possono capire il significato della parola veglia.” xix


Ritornando alla magia dei druidi,“non si può non pensare al mago Merlino, soprattutto negli episodi che raccontano come egli volle sedurre la giovane Viviana, facendo apparire degli edifici, dei meravigliosi frutteti, degli esseri umani, che in realtà non sono altro che dei ciuffi de erbe e di ramaglia. Si tratterebbe dunque di magia. O, dopo tutto, di ipnotismo. Ma ciò. lo ripetiamo, fa riferimento ad un mito fondamentale di cui si ritrovano le tracce nell’insieme del mondo celtico, nella Gallia Cisalpina, vale a dire nell’Italia del Nord, in Gran Bretagna e in Irlanda. E non parliamo dei racconti popolari che ripetono versione alterate del tema. La ‘fabbricazione’ di Blodeuwedd, il ‘combattimento degli Alberi’, la medicina vegetale druidica, la cura che i druidi dedicano alla raccolta di determinati piante, il rapporto certo tra il ‘legno’ e la ‘conoscenza’, la familiarità del druidismo con la natura vegetale. La ‘magia’ vegetale, tutto ciò non può essere il risultato d’imbecilli superstizioni. Bisogna pure che alla base vi fosse qualche cosa. Il filosofo Rufolf Steiner scriveva nel 1918: ‘All’epoca di Atlantide, le piante non erano soltanto coltivate per essere utilizzate come nutrimento. Ma anche al fine di utilizzare l’energia in esse assopita, per i trasporti e per l’industria. Così gli Atlantidi possedevano delle installazioni che trasformavano l’energia nucleare racchiusa nelle sementi vegetali in energia tecnicamente utilizzabile. E’ così che venivano sollevati a modesta altezza i veicoli volanti degli Atlantidi’.” xx


Questa descrizione di Steiner, contenuta nel suo “Unsere atlantischen Volfahren”, se può far sorridere gli scettici, dovrebbe invece far riflettere su un dato di fatto inoppugnabile. Nessuno, nel 1918, parlava di energia nucleare e dei suoi usi civili. Solo dopo il 1920 iniziarono gli studi sulla meccanica quantistica di Heisenberg, Bohr, Einstein e Fermi che avrebbero portato, nel 1939, alla scoperta della fissione nucleare. Dodicimila anni fa, l’Europa era ricoperta da immense foreste e da esse veniva ricavata energia e vita. Ciò è quanto avevano scoperto antiche civiltà del nostro passato più remoto. L’uomo d’oggi vive in immensi agglomerati urbani, “confortato e protetto” da inutili apparati elettronici, lontano dalla natura e dalle vibrazioni positive di quell’immensa centrale energetica che è il bosco, una centrale di vita che sta progressivamente sparendo in nome di un falso progresso il cui unico fine è impedire il Risveglio dell’Uomo.


Il brāhmana Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall’aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese:

– Sei per caso un dio?

– No, brāhmana, non sono un dio.

– Allora sei un angelo?

– No davvero, brāhmana.

– Allora sei uno spirito?

– No, non sono uno spirito.

– Allora sei un essere umano?

– No, brahmana, io non sono un essere umano.

– E allora, che cosa sei?

– Io sono sveglio.” xxi

 



Riedizione dell’articolo pubblicato il 25 dicembre 2010



 

i Cornelio Tacito, “Annali”, I, 61.

ii Mariano Bizzari e Francesco Scurria, “Sulle tracce del Graal, alla ricerca dell’immortalità”, Edizioni Mediterranee, Roma 1996.

iii Monumento megalitico di forma circolare, Stone circle come Stonehenge.

iv Lucano, op. cit.

v Jean Markale, op. cit.

vi Ylenia Viola, “Avalon e il simbolismo della mela, www.bibrax.org;

vii Carlo Pascal, “Dei e diavoli nel paganesimo morente”, Fratelli Melita Editori, Genova 1988.

viii “È una indicazione di funzione sacerdotale. La parola non ha niente di misterioso, giacché vi si ritrova il termine ‘gutu’, lettralmente ‘voce’, e il termine ‘ater’ (o ‘tater’, apparentato alla radice indo-europea dek nome padre): Egli è il ‘Padre della Voce’ o il ‘Padre della Parola’, in altri termini un sacerdote incaricato della predicazione o incaricato di pronunciare delle invocazioni, lodi o satire di natura nettamente magica. In quest’ultima accezione, la funzione trova il suo equivalente in Irlanda.” (Jean Markale, “Il Druidismo, Religione e Divinità dei Celti”, Edizioni Mediterranee, Roma 1991).

ix “Nel famoso Concilio di Nicea (325) il cui livello sembra che fosse tale da far dire ad un suo mordace contemporaneo trattarsi di un ‘sinodo di sciocchi’ (Socrate lo storico, ‘Historia ecclesiastica’), gli ariani ebbbero la peggio. Gli fu strappato di mano il loro credo, glielo sbriciolarono e annientarono. E l’imperatore Costantino, allora non ancora battezzato, impose ai prelati nel Credo chiamato niceno una formula che nessuna delle parti contendenti aveva sostenuto: l’uguaglianza sostanziale del figlio col pare, l’identità dell’unica sostanza divina in entrambe le persone, il concetto di homousia (in latino consubstantialis). Che non derivava affatto (…) dalla teologia della Chiesa, la quale l’aveva condannato esplicitamente ancora nella seconda metà del II secolo!” (Karlheinz Drescher, “La Chiesa che mente”, Massari Editore, Bolsena 2001).

x Gustav Meyrink, “Il volto verde”.

xi Jean Markale, op. cit.

xii Jean Markale, op. cit.

xiii Gustav Meyrink, op. cit.

xiv Film della Warner Bros del 1999 diretto da Andy Wachowski e Larry Wachowsk, vicitore di 4 premi Oscar.

xv Thomas Samuel Kuhn (1922-1996) epistemologo e filosofo americano.

xvi “Lo status della verità intesa in senso oggettivo, come corrispondenza ai fatti, con il suo ruolo di principio regolativo, può paragonarsi a quello di una cima montuosa, normalmente avvolta fra le nuvole. Uno scalatore può, non solo avere difficoltà a raggiungerla, ma anche non accorgersene quando vi giunge, poiché può non riuscire a distinguere, nelle nuvole, fra la vetta principale e un picco secondario. Questo tuttavia non mette in discussione l’esistenza oggettiva della vetta; e se lo scalatore dice ‘dubito di aver raggiunto la vera vetta’, egli riconosce, implicitamente, l’esistenza oggettiva di questa.” (Karl Popper, “Congetture e confutazioni”, Il Mulino, Bologna 1972).

xvii Louis Pawels e Jacques Bergier, “Il mattino dei maghi”, Arnaldo Mondadori Editore, Milano 1963.

xviii Louis Pawels e Jacques Bergier, op. cit.

xix Gustav Meyrink, op. cit.

xx Jean Markale, op. cit.

xxi Anguttara Nikāya, Libro dei quattro, “Dona Sutta”.

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